domenica 12 gennaio 2020

È spagnolo l’infermiere più bello del mondo

Posto o non posto, questo il problema

Resta all’ordine del giorno la fatidica questione della salvaguardia della professionalità ai tempi delle communities.
Sembra sempre più difficile - infermieri o no - resistere alla tentazione di pubblicare selfie da condividere con i propri amici virtuali sull'onda dell'entusiasmo del momento. Troppo spesso, però, si corre il rischio di oltrepassare il limite, di macchiare di superficialità l'immagine di una divisa che rappresenta una professione di cura.
Ricordarsi di utilizzare i social responsabilmente, dunque.
Ciò che a Fran si deve comunque riconoscere, da qualsiasi punto la si guardi, è il suo innegabile saperci fare in fatto di comunicazione.
                       

"La mia vita da infermiere prima di Aldo, Giovanni e Giacomo"

L'attore comico Giacomo Poretti racconta la sua esperienza in corsia. I turni, le iniezioni e i pazienti. E il suo ruolo di capo sala. Gli 11 anni  nell'ospedale di Legnano prima del cinema

LO ABBIAMO visto in tanti sketch nei panni del chirurgo o del medico generico, ma non potevamo immaginare che Giacomino Poretti, in arte Giacomo del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, avesse frequentato le corsie d'ospedale lavorando come infermiere per 11 anni. Turni in corsia, iniezioni e terapie prima del successo e del cinema. A raccontare il suo passato professionale è stato proprio lui nel monologo "Chiedimi se sono di turno". Uno spettacolo inedito presentato a una platea particolare, quella degli infermieri presenti al Congresso nazionale svoltosi a Roma, all’Auditorium Parco della Musica a Roma .

Proprio uno dei suoi film più conosciuti, "Chiedimi se sono felice", ha fornito l'idea per il titolo di questa esibizione che è stato per lui un'occasione per ricordare i tanti anni trascorsi nel mondo della sanità, dove è diventato anche caposala. Un periodo faticoso in cui non dimenticava il sogno e, fra un turno di lavoro e l'altro, è riuscito a diplomarsi alla scuola di Teatro di Busto Arsizio. 
 
Quando inizia la sua esperienza di infermiere? Che studi ha fatto e perché scelse questa strada? 
"Ho iniziato a lavorare in ospedale a 18 anni per caso: dopo le scuole medie andai in una fabbrica, ma ad un certo punto chiuse e mi si prospettò il rischio di dover partire come militare. Fu allora che trovai lavoro nell'ospedale di Legnano e decisi così di frequentare il corso triennale per diventare infermiere professionale". 
 
Per quanto tempo ha lavorato come infermiere e in quali reparti? 
"Mi sono fermato all'ospedale civile di Legnano per 11 anni fino ai 29 anni e dopo ho intrapreso la strada dello spettacolo. Ho girato tantissimi reparti: traumatologia, ortopedia, neurologia e anche oncologia per cinque anni. Poi sono diventato anche caposala… "
 
La professione dell'infermiere è molto faticosa anche dal punto di vista emotivo: che cosa le piaceva di più di questo mestiere e cosa di meno?
"Effettivamente è un lavoro molto faticoso e lo era ancora di più nel '74 quando lo facevo io: in quegli anni le corsie degli ospedali erano piene di ammalati e non c'erano tutte le innovazioni arrivate oggi. Soprattutto quando lavoravo in traumatologia era molto faticoso a livello fisico perché dovevo sollevare pazienti che avevano poca o nessuna mobilità a causa di una frattura. E poi quando lavori su turni, spesso massacranti come quelli dell'infermiere, hai una vita sociale un po' particolare e non puoi vivere allo stesso ritmo degli altri. Nello stesso tempo, però, mi ha sempre affascinato il mondo della medicina e della cura, l'aspetto tecnico della professione e naturalmente il rapporto con le persone, il lato umano del prendersi cura. Considero quello dell'infermiere uno dei lavori più belli. Uno di quelli con un impatto umano davvero incredibilmente alto".

Poi ad un certo punto, dalle corsie d'ospedale è passato al palcoscenico: come e quando è avvenuto il passaggio da infermiere ad attore?
"Il teatro è sempre rimasto sullo sfondo della mia vita. L'avevo conosciuto nell'oratorio della chiesa grazie ad un sacerdote che mi aveva coinvolto in vari spettacoli, ma era solo un gioco. Poi quando sono diventato caposala, mi sono iscritto ad un corso serale di recitazione finché è arrivata l'occasione di fare qualcosa di serio. Mi sono licenziato dall'ospedale nel 1985 e poi ho iniziato una gavetta intensa prima di arrivare al successo nel '94 con la prima edizione di "Mai dire gol"". 
 
C'è un episodio o un paziente che ha incontrato nella sua 'carriera infermieristica' e che le è rimasto particolarmente impresso? 
"Ci sono tanti ricordi, specie degli anni che ho trascorso nel reparto di oncologia dove purtroppo ho visto morire molte persone anche perché in quegli anni le terapie non erano così efficaci come quelle di oggi e certe malattie erano imbattibili. Mi ricordo, per esempio, di aver vissuto la morte di diversi pazienti affetti dal Linfoma di Hodgkin come se fossero dei miei amici perché una delle cose più difficili di questo lavoro è il distacco emotivo". 
 
Ma i suoi pazienti si sono divertiti almeno un po'?
"Quando si sta male e soprattutto quando si viene colpiti da certe malattie, non si ha nessuna voglia di ridere. Perciò, a volte è meglio star zitti e far capire all'altro che si è solidali. Sicuramente grazie a questa esperienza ho sviluppato una maggiore empatia perché ho imparato a comprendere le diverse reazioni che ciascuno può avere di fronte alla malattia che rende tutti fragili ma qualcuno reagisce lasciandosi andare alla depressione, qualcun altro, invece, è sempre incavolato. E l'infermiere entra in una relazione particolare con ogni paziente e ne assorbe gli umori. Il rischio può essere quello di diventare dei super-cinici e quindi sgradevoli oppure di sviluppare empatia".  
 
A parte il monologo "Chiedimi se sono di turno", questa sua esperienza ha mai avuto qualche influsso sulla sua vita da attore? 
"In qualche modo sì perché in teatro ho interpretato varie volte il 'malaticcio' e poi mi piaceva introdurre negli sketch la terminologia medica e soprattutto i nomi di alcune malattie magari non notissime come il morbo di Dupuytren, una malattia tendinea della mano che provoca la flessione permanente di uno o più dita verso il palmo della mano. Tra i tanti sketch, ricordo quello in cui, insieme ad Aldo e Giovanni, ci fingevamo chirurghi". 
 
Qualche battuta tratta dal monologo "Chiedimi se sono di turno"?
"Le frasi più applaudite sono state: "la notte appartiene agli infermieri, solo loro ne capiscono il mistero"; "la manovra infermieristica più difficile è da sempre svegliare il medico di guardia"; "la storia delle professioni è importante, non dimenticate da dove arrivate"".

   "La mia vita da infermiere prima di Aldo, Giovanni  e Giacomo"

Soddisfazioni...


sabato 11 gennaio 2020

Premio "Mani che pensano": ecco l'infermiere che si è distinto nel promuovere la professione

Mercoledì 15 gennaio, alle ore 17, presso la sede dell'Ordine delle professioni infermieristiche di Torino sarà premiato il vincitore del concorso

Mercoledì 15 gennaio, alle ore 17, presso la sede dell'Ordine delle professioni
infermieristiche di Torino (via Stellone 5), sarà premiato il vincitore del concorso “Mani che pensano”.
Si tratta di un riconoscimento annuale istituito dalla Consulta Giovani dell’Opi Torino in collaborazione con il Consiglio direttivo dell’Ordine e rivolto a personalità del mondo sanitario (e non solo) che si sono contraddistinte per il loro impegno, iniziativa e competenza conferendo prestigio sociale alla professione infermieristica.
«L'obiettivo del premio – spiega il presidente Massimiliano Sciretti - è individuare e dare merito a coloro che, attraverso progetti, azioni, ricerca o attività clinica, hanno saputo dare risalto alla professione infermieristica ed elevarne l'immagine agli occhi della comunità professionale e della popolazione generale, conferendole prestigio e riconoscimento sociale».
Lo scorso 5 dicembre i rappresentanti della Consulta Giovani insieme ai membri del Consiglio direttivo hanno votato, eleggendo il vincitore tra i candidati che avevano ricevuto almeno una nomination. All’infermiere che, più degli altri, si è impegnato nel promuovere la professione sarà consegnata una doppia targa commemorativa sulla quale ci sarà la serigrafia delle impronte di entrambe le mani.
Di qui il nome del concorso “Mani che pensano”: il riquadro con la mano destra sarà consegnata al premiato mentre quello con la mano sinistra resterà affisso nella sede dell'Opi di Torino, dando vita a una sorta di “albo d’oro” per il concorso degli anni successivi.

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mercoledì 8 gennaio 2020

L’infermiere diventa un fumetto: il concorso OPI Comics mette in gara gli studenti triestini

TRIESTE – E se l’infermiere fosse un fumetto, come ce lo potremmo immaginare? Simile a un supereroe dotato di poteri eccezionali per vegliare sulla nostra salute, capace di magie e giochi di prestigio per sconfiggere i nostri dolori, o “mimetizzato” fra i tanti personaggi cartoon, dai Peanuts a Mafalda, che commentano la realtà e le sfide del quotidiano?  Se lo è chiesto OPI Trieste, l’Ordine che raggruppa oltre 2mila infermieri e infermieri pediatrici della provincia, e che già due anni fa, insieme alla Casa del Cinema, aveva lanciato il Bando per la realizzazione di un cortometraggio sulla figura dell’infermiere. Questa volta il Concorso si svilupperà “formato cartoon”, per coinvolgere in modo specifico i giovani e giovanissimi in una prova d’autore creativa e stimolante: trasporre in fumetto la professionalità dell’infermiere. Da queste premesse nasce OPI COMICS  2019, il Bando rivolto alle Scuole Medie Superiori della provincia di Trieste che contribuirà a raccontare, con lo sguardo della generazione Z e attraverso il linguaggio espressivo dei fumetti, il lavoro e la missione dell’infermiere, una categoria professionale che ci accompagna dalla nascita agli istanti estremi, ci assiste nei periodi delle cure e del recupero, condivide momenti di intimità legati al nostro bene più prezioso: la salute.  Al fianco di OPI Trieste, per valutare gli elaborati dei giovani cartoonist, ci sarà un protagonista davvero speciale, Lorenzo Pastrovicchiopresidente della Giuria di OPI COMICS: noto disegnatore dei personaggi Walt Disney, è stato premio Topolino d’Oro per il miglior progetto libri ed è storico collaboratore non solo di Topolino, ma anche per Grandi Classici, Paperinik, Giovani Marmotte, Wizards of Mickey e molte altre testate del gruppo Disney.
La partecipazione al Bando, online da oggi – martedì 4 giugno –  è gratuita: agli studenti di tutte le classi delle Scuole Medie Superiori OPI Trieste chiede di realizzare un fumetto dedicato alla professione infermieristica, che la rappresenti per le competenze professionali ed il ruolo sociale, ma anche sul piano del rapporto umano e nella sua attività scandita dal “take care” dell’assistito. Le tavole potranno raccontare il lavoro dell’infermiere nella sua quotidianità rivista in chiave attuale e al passo con l’evoluzione della professione. Non vi sono limiti rispetto al numero di vignette o di tavole, per le tecniche o le modalità di realizzazione (B/N, colori, etc). La deadlineper l’invio degli elaborati è venerdì 12 luglio 2019, farà fede la data di spedizione postale oppure email utilizzando l’account segreteria@opitrieste.it. La mail dovrà contenere i dati anagrafici dell’autore e gli elaborati potranno anche essere frutto di un lavoro di gruppo.  Ogni autore, o gruppo, potrà partecipare inviando fino ad un massimo di 4 opere originali e inedite, di cui si possiedano i diritti. Il vincitore sarà annunciato pubblicamente entro il mese di luglio 2019 e riceverà una borsa di studio pari a un gettone di 500€, da spendere per frequentare un corso/stage di formazione artistica, per sostenere con opportunità concrete la creatività e il talento dimostrato.

«Ci auguriamo di essere invasi dalla creatività fumettistica dei giovani – ha dichiarato il presidente di OPI Trieste, Flavio Paoletti: i ragazzi di oggi si confronteranno con l’infermiere su un terreno ormai distante dagli stereotipi legati a questa professione. Ne è prova, accanto all’evoluzione dell’ultimo decennio, il nuovissimo Codice deontologico degli infermieri (approvato nell’aprile 2019), vero e proprio vademecum di una professione chiamata ogni giorno ad affrontare e risolvere i problemi, a rapportarsi con i pazienti, i colleghi, le istituzioni, le altre professioni. Degli infermieri vogliamo restituire la visione più moderna e dinamica, fatta di assistenza costante alla cronicità dei casi, più che di “effetti speciali” nelle emergenze della vita. Una professione al fianco di chi necessita assistenza che, nel passaggio da Collegio a Ordine, si è evoluta in entità “sussidiaria” dello Stato con l’approfondimento di ruoli, responsabilità e rinnovata capacità di intervento».

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200 anni fa nasceva Florence Nightingale, madre dell’infermieristica

Per celebrarne il contributo, il 2020 è stato proclamato dall'OMS l'Anno degli Infermieri e degli Ostetrici


Duecento anni fa nasceva Florence Nightingale, fondatrice della moderna infermieristica. Oggi nove milioni di infermieri e ostetrici in più sono necessari per poter raggiungere la copertura sanitaria mondiale.

2020, Year of the Nurse and the Midwife

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato il 2020 Anno Internazionale degli Infermieri e degli Ostetrici, per sottolineare l’importanza di questi mestieri. Da un lato l’obiettivo è celebrativo, per riconoscere i meriti dei ventidue milioni di infermieri e i due milioni di ostetrici che operano in tutto il mondo – oltre alle decine di milioni che lo hanno fatto in passato. Dall’altro lo scopo è di rafforzare i sistemi sanitari, dove necessario, aumentando il personale e implementandone la formazione e l’equipaggiamento.

L’importanza di infermieri e ostetrici

In molti paesi, riporta l’OMS, infermieri e ostetrici costituiscono oltre il 50% della forza lavoro sanitaria. Senza di essi, milioni di persone non riceverebbero prevenzione e cure salvavita: ad esempio, gli ostetrici consentono di evitare oltre l’80% delle morti da parto.
In alcune comunità, soprattutto in situazioni umanitarie difficili, queste due figure sostituiscono quella del medico.
Sono necessarie altre 18 milioni di figure sanitarie per poter raggiungere la copertura sanitaria mondiale entro il 2030; la metà di queste sono infermieri e ostetrici, soprattutto in Africa e nel Sud-Est Asiatico.
Investire in infermieri e ostetrici contribuirebbe enormemente ad un rapido miglioramento della Sanità. Così dichiara lord Nigel Crisp, Copresidente della campagna Nursing Now il cui obiettivo per il 2020 è di coinvolgere infermieri e ostetrici nel mondo per sostenere la formazione dei giovani in questi campi. L’OMS ha dichiarato che altri effetti positivi includerebbero un aumento nello sviluppo economico e una maggiore uguaglianza di genere, dal momento che la maggior parte di infermieri e ostetrici è costituita da donne.

Florence Nightingale, madre della moderna infermieristica e non solo

Non a caso è stato scelto il 2020 per questa celebrazione. Duecento anni fa, a Firenze, nasceva Florence Nightingale, conosciuta come “la Signora della Lampada” per la sua dedizione, che la spingeva a lavorare a qualsiasi ora. Fu lei a istituire le lavanderie ospedaliere, a spingere affinché i pavimenti venissero lavati con regolarità e a dare indicazioni per la preparazione di diete specifiche per malati. Nightingale, inoltre, istituì una sorta di biblioteca dell’ospedale perché i pazienti potessero intrattenersi.
Grazie al suo operato si abbassarono significativamente i tassi di mortalità dei degenti: quello dell’ospedale militare britannico in Crimea si abbatté dei due terzi, facendole meritare l’appellativo di “Angelo della Crimea”. Ricevette onorificenze e premi in denaro, che devolvette nella fondazione di una scuola per infermiere. A causa della sua fama, quella dell’infermiera divenne una professione rispettata anche dalle classi più abbienti, che l’avevano fino ad allora disprezzata.
Il contributo della Signora della Lampada fu fondamentale per comprendere il ruolo dell’igiene nella degenza dei malati. Pochi sanno, però, che Florence Nightingale contribuì anche al campo della statistica, principalmente inventando il coxcomb, un grafico a torta utile per comunicare dati (una tecnica informativa oggi nota come infografica).

Come contribuire per l’Anno Internazionale degli Infermieri e degli Ostetrici

Fra le azioni che l’OMS suggerisce per sostenere la causa molte coinvolgono governi e altre istituzioni. Per i singoli è possibile seguire eventi come la Conferenza Nightingale 2020, che si terrà a Londra fra il 26 e il 28 ottobre. Si può contribuire anche seguendo e scrivendo l’hashtag #SupportNursesAndMidwives (su FacebookTwitter o Instagram), condividendo poster (scaricabili qui), notizie e storie significative di infermieri e ostetrici.
L’ICN (International Council of Nurses) lancerà un concorso fotografico per infermieri “che fornirà testimonianza della realtà dell’assistenza infermieristica in tutto il mondo”, come riportato dal CNAI (Consociazione Nazionale Associazioni Infermieri/e).
Florence Nightingale

sabato 4 gennaio 2020

Il 2020, Anno internazionale dell’infermiere

L’obiettivo: celebrarne il lavoro ma anche le difficili condizioni in cui operano. Secondo la Federazione nazionale, in Italia ne mancano circa 50mila

Il 2020 appena iniziato è stato proclamato dall’Oms (Organizzazione mondiale sanità) e dai suoi partner Anno internazionale dell’infermiere. L’obiettivo: celebrare il lavoro di infermieri e ostetriche ed evidenziare nello stesso tempo anche le difficili condizioni che questi professionisti devono spesso affrontare. Secondo i dati Oms, infermieri e ostetriche rappresentano quasi il 50% della forza lavoro sanitaria globale ma nel mondo la carenza di queste figure è pari a oltre il 50% dell’attuale carenza di operatori sanitari.
Affinché tutti i Paesi raggiungano l’Obiettivo 3 di sviluppo sostenibile in materia di salute e benessere, l’Oms stima che il mondo avrà bisogno di altri 9 milioni di infermieri e ostetriche entro il 2030. La Fnopi (Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche) ricorda in una nota che in Italia mancano circa 50mila infermieri, che con gli effetti di “Quota 100” potrebbero superare i 70mila (oltre 30mila mancano sul territorio). Per questo, si legge nella nota, «a livello internazionale si sottolinea la necessità di prevedere un aumento degli investimenti nella forza lavoro infermieristica e l’Oms e i suoi partner solleciteranno i governi con messaggi chiave che riguardano la professione nell'ottica di un miglioramento complessivo dell’assistenza a livello di tutti i Paesi».

Burnout, cos'è e come misurarlo


Questo test può fornire degli spunti di riflessione sulla percezione del proprio livello di burnout.

Per ciascuna di queste domande assegna un punteggio utilizzando la seguente scala di valutazione:

0 = mai     1 = qualche volta       2 = spesso     3 = molto spesso     4 = sempre
Mi sento emotivamente sfinito dal mio lavoro01234
Alla fine della giornata mi sento sfinito01234
Mi sento stanco la mattina, quando mi alzo e so che devo affrontare un’altra giornata di lavoro01234
Non capisco come la pensano i miei studenti01234
Mi sembra di trattare alcuni studenti in modo impersonale01234
Mi sembra che lavorare tutto il giorno con la gente mi pesi01234
Affronto in modo poco efficace i problemi dei miei studenti01234
Mi sento esaurito dal lavoro01234
Credo di influenzare negativamente la vita di altre persone attraverso il mio lavoro01234
Da quanto ho incominciato a lavorare qui sono diventato più Insensibile nei confronti della gente01234
Ho paura che questo lavoro mi possa rendere emotivamente freddo01234
Mi sento senza energie01234
Mi sento frustrato dal mio lavoro01234
Credo di lavorare troppo01234
Non mi importa davvero ciò che succede ai miei studenti01234
Lavorare con gli studenti mi crea tensione01234
Riesco con molta difficoltà a rendere rilassati e a proprio agio gli studenti01234
Mi sento triste dopo avere lavorato con gli studenti01234
Ho realizzato poche cose di valore con il mio lavoro01234
Sento di non farcela più01234
Nel mio lavoro non riesco ad affrontare i problemi emotivi con calma01234
Ho l’impressione che gli studenti mi ritengano responsabile dei loro problemi01234


Per calcolare la % di burnout=totale punteggio grezzo per 100 diviso 88



ESAURIMENTO EMOTIVO: domande 1,2,3,6,8,12,14,18,20

DEPERSONALIZZAZIONE: domande 5,10,11,15,22

RIDOTTA REALIZZAZIONE: domande 4,7,9,13,16,17,19,21


    La sindrome da burnout esprime con un’efficace metafora il bruciarsi dell’operatore e il suo cedimento psicofisico; è l’esito patologico di un processo stressogeno che colpisce le persone che esercitano professioni d’aiuto, qualora queste non rispondano in maniera adeguata ai carichi eccessivi di stress fisico e/o emotivo che il loro lavoro li porta ad assumere.



Infermieri e burnout, quella sensazione di non farcela più

Conoscere il Burnout

È descritta come una perdita di interesse nei confronti delle persone con le quali l’operatore svolge la professione ed è definita come condizione caratterizzata da esaurimento emotivo (esaurimento delle risorse e diminuzione dell’energia), depersonalizzazione (atteggiamenti e sentimenti negativi, insensibilità e mancanza di compassione) e mancanza di realizzazione personale (valutazione negativa del proprio lavoro relativo a sentimenti di competenza ridotta) (Maslach & Leiter, 2000).
Maslach e Leiter hanno perfezionato le componenti della sindrome attraverso tre dimensioni:
  • deterioramento dell'impegno nei confronti del lavoro;
  • deterioramento delle emozioni originariamente associate al lavoro;
  • un problema di adattamento tra persona ed il lavoro, a causa delle eccessive richieste di quest’ultimo.
La prevalenza della sindrome nelle varie professioni non è ancora stata chiaramente definita, ma sembra essere piuttosto elevata tra operatori sanitari quali medici e infermieri.
Negli infermieri risultano livelli più elevati di burnout rispetto ad altri professionisti della salute, correlati al contatto diretto prolungato con situazioni di stress e a bassi livelli di soddisfazione sul lavoro.
Indubbiamente le caratteristiche personali influenzano le modalità attraverso le quali ognuno interpreta, analizza e reagisce al contesto, ma non risultano essere le componenti determinanti del burnout.
Alcuni autori rilevano caratteristiche individuali come predisponenti: età superiore ai trenta/quaranta anni, nubilato/celibato, livello culturale elevato. In generale le persone che affrontano le difficoltà con un atteggiamento passivo/difensivo, con ridotte capacità di controllo o che si impegnano maggiormente nel proprio lavoro, risultano maggiormente a rischio (Tomei et al. 2008).
Diversi studi dimostrano un’incidenza maggiore in strutture che si occupano prevalentemente di patologie croniche, nello specifico oncologiapsichiatriamalattie infettive, ma anche reparti come rianimazione e pronto soccorso.
Il coinvolgimento emotivo che si viene a creare con il paziente ha ricadute sugli operatori che tendono a percepire il fallimento della cura come un fallimento personale.
La patologia, la complessità dei trattamenti, la morte, le questioni etiche correlate risultano fattori stressogeni che influenzano l’operatività quotidiana.
Gli studi che riguardano l’incidenza del fenomeno nelle terapie intensive sono scarsi e discordanti. In Europa si parla del coinvolgimento di circa il 30% degli infermieri. Nello specifico degli infermieri di terapia intensiva, risulta un basso esaurimento emotivo, fattore di rischio per la sindrome, ma alti livelli di spersonalizzazione assistenziale.
In generale, il livello di insoddisfazione degli infermieri dei reparti per patologie acute risulta due volte superiore, presumibilmente per un maggior carico di lavoro, insieme ad una riduzione dei tempi relazionali.
Uno studio italiano riporta che sugli elementi del burnout - esaurimento emotivo, realizzazione personale e depersonalizzazione - non emergono differenze statistiche tra i reparti di cronicità e acuzie. Per quanto riguarda l’esaurimento emotivo, risulta nettamente superiore negli infermieri del dipartimento emergenza-urgenza; la spersonalizzazione, invece, risulta assente in tale area, ma elevata nei reparti per patologie croniche (Burla F. et al, 2013).
Nonostante in letteratura esista un consenso generale nel considerare il burnout un fenomeno con un’incidenza maggiore agli esordi della carriera lavorativa (Sentinello & Negrisolo, 2009), si rileva che i soggetti anagraficamente e professionalmente più anziani risultano significativamente più insoddisfatti, dunque a rischio di burnout (Violante et al. 2009).
Dai risultati ottenuti si evince che il burnout non è un fenomeno legato alla contingenza dell’inserimento lavorativo, ma si aggrava nel tempo, in modo graduale.
Come una teiera, ero sul fuoco e l’acqua bolliva; lavorando sodo per gestire i problemi e fare del mio meglio. Ma dopo vari anni l’acqua era tutta evaporata e tuttavia io ero ancora sul fornello: una teiera bruciata che rischiava di spaccarsi
Tale problematica è stata descritta inizialmente da H. Freudenberger e da C. Maslach che portarono avanti le prime osservazioni su tale fenomeno dopo il 1970 all’interno di un reparto di igiene mentale in cui avevano notato in alcuni operatori dei sintomi caratteristici di questo problema.
A partire dai primi anni in cui il fenomeno è stato studiato, esso è stato riscontrato anche in tutti quei mestieri legati alla gestione quotidiana dei problemi delle persone in difficoltà, a partire dai poliziotti, carabinieri, vigili del fuoco, fino ai consulenti fiscali, avvocati, nonché in quelle tipologie di professioni educative (es. insegnanti) che generano un contatto, spesso con un coinvolgimento emotivo profondo, con i disagi degli utenti con cui lavorano e di cui guidano la crescita personale.
Ne consegue che, se non opportunamente trattati, questi soggetti cominciano a sviluppare un lento processo di “logoramento” o “decadenza” psicofisica dovuta alla mancanza di energie e di capacità per sostenere e scaricare lo stress accumulato.
In tali condizioni può anche succedere che queste persone si facciano un carico eccessivo delle problematiche delle persone a cui badano, non riuscendo più a discernere tra la propria vita e la loro.
Il soggetto tende a fuggire l’ambiente lavorativo assentandosi sempre più spesso e lavorando con entusiasmo ed interesse sempre minori, a provare frustrazione e insoddisfazione, nonché una ridotta empatia nei confronti delle persone delle quali dovrebbe occuparsi.
Il Burnout si accompagna spesso ad un deterioramento del benessere fisico, a sintomi psicosomatici come l’insonnia e psicologici come la depressione. I disagi si avvertono dapprima nel campo professionale, ma poi vengono con facilità trasportati sul piano personale: l’abuso di alcol, di sostanze psicoattive ed il rischio di suicidio sono elevati nei soggetti affetti da burnout.

Monitorare il Burnout

Per misurare il burnout ci sono diverse scale, ma da ricordare in modo particolare è la scala di Maslach: un questionario composto da 22 domande atte a stabilire se nell’individuo siano attive dinamiche psicofisiche che rientrano nel burnout.
Ad ogni domanda il soggetto interessato deve rispondere inserendo un valore da 0 a 6 per indicare intensità e frequenza con cui si verificano le sensazioni descritte nella domanda stessa.
Negli operatori sanitari, la sindrome si manifesta generalmente seguendo quattro fasi:
  • la prima, preparatoria, è quella dell’entusiasmo idealistico che spinge il soggetto a scegliere un lavoro di tipo assistenziale;
  • nella seconda, la stagnazione, il soggetto, sottoposto a carichi di lavoro e di stress eccessivi, inizia a rendersi conto di come le sue aspettative non coincidano con la realtà lavorativa. L’entusiasmo, l’interesse ed il senso di gratificazione legati alla professione iniziano a diminuire;
  • nella terza fase, quella della frustrazione, il soggetto affetto da burnout avverte sentimenti di inutilità, di inadeguatezza, di insoddisfazione, uniti alla percezione di essere sfruttato, oberato di lavoro e poco apprezzato. Spesso tende a mettere in atto comportamenti di fuga dall’ambiente lavorativo ed eventualmente atteggiamenti aggressivi verso gli altri o verso se stesso;
  • nel corso della quarta fase, l’apatia l'interesse e la passione per il proprio lavoro si spengono completamente e all’empatia subentra l’indifferenza, fino ad una vera e propria “morte professionale”.

Le Cause del Burnout

Tra le cause del Burnout troviamo:
  • sovraccarico di lavoro: il disadattamento è presente quando la persona percepisce un carico di lavoro eccessivo (le richieste lavorative sono così elevate da esaurire le energie individuali al punto da non rendere possibile il recupero), quando, anche in presenza di un carico ragionevole, il tipo di lavoro non è adatto alla persona (si percepisce di non avere le abilità per svolgere una determinata attività) e quando il carico emotivo del lavoro è troppo elevato (il lavoro scatena una serie di emozioni che sono in contraddizione con i sentimenti della persona);
  • senso di impotenza: il soggetto non ritiene che ciò che fa o vuole fare riesca ad influire sull’esito di un determinato evento;
  • mancanza di controllo: il disadattamento si verifica quando l’individuo percepisce di avere insufficiente controllo sulle risorse necessarie per svolgere il proprio lavoro oppure quando non ha sufficiente autorità per attuare l’attività nella maniera che ritiene più efficace;
  • riconoscimento: si ha disadattamento quando si percepisce di ricevere un riconoscimento inadeguato per il lavoro svolto;
  • senso di comunità: è presente disadattamento quando crolla il senso di appartenenza comunitario all’ambiente di lavoro, ovvero quando si percepisce che manca il sostegno, la fiducia reciproca ed il rispetto e le relazioni vengono vissute in modo distaccato ed impersonale;
  • assenza di equità: si ha disadattamento quando non viene percepita l’equità nell’ambiente di lavoro in ambiti quali, ad esempio, l’assegnazione dei carichi di lavoro e della retribuzione o l’attribuzione di promozioni e avanzamenti di carriera;
  • valori contrastanti: il disadattamento nasce quando si vive un conflitto di valori all’interno del contesto di lavoro e cioè quando la persona non condivide i valori che l’organizzazione trasmette oppure quando i valori non trovano corrispondenza, a livello organizzativo, nelle scelte operate e nella condotta.

Effetti del Burnout

A livello individuale

  • atteggiamenti negativi verso i clienti/utenti;
  • atteggiamenti negativi verso sé stessi;
  • atteggiamenti negativi verso il lavoro;
  • atteggiamenti negativi verso la vita;
  • calo della soddisfazione lavorativa;
  • calo dell’impegno verso l’organizzazione;
  • riduzione della qualità della vita personale;
  • peggioramento dello stato di salute.

A livello organizzativo

  • aumento dell’assenteismo;
  • calo della performance;
  • calo della qualità del servizio;
  • calo della soddisfazione lavorativa.
In accordo con quanto emerso dalla bibliografia, si conferma un ruolo importante del contesto ambientale e organizzativo, su incidenza e sviluppo della sindrome.
principali elementi di prevenzione fanno riferimento alla promozione della salute nei luoghi di lavoro, alla riduzione del sovraccarico orario e alla gestione di sessioni di supervisione.
Le strategie focalizzate sulla persona prevedono il rafforzamento delle risorse individuali, per aumentare la capacità di gestione dello stress lavorativo e il miglioramento delle dinamiche relazionali. Gli interventi di prevenzione e riduzione del burnout saranno tanto più efficaci quanto più riusciranno a cogliere la complessità di questo fenomeno e dovrebbero agire su molteplici livelli, combinando diverse strategie.

Chi si prende cura degli infermieri?





L’interesse e l’amore per la professione, così come l’impegno quotidiano, non sempre riescono a proteggere l’individuo dal logorìo professionale, dalla sensazione di non farcela più, dalla disillusione che si matura con il passare degli anni, quando la realtà sostituisce i sogni e gli ideali professionali.
L’esperienza lavorativa insegna che nelle professioni di aiuto un certo grado di stress è inevitabile e talvolta può rappresentare un segno di sensibilità e di vicinanza all’altro, a condizione però di rimanere entro certi limiti e di ricevere attenzione e risposte adeguate dalle organizzazioni.
Diversamente il malessere trascurato rischia di portare l’operatore a instaurare barriere emotive che determinano un eccessivo distacco dal paziente, fino ad arrivare a questa sindrome.
Tra le professioni d’aiuto, quella dell’infermiere è sicuramente una delle più studiate quando si parla di burnout. Il lavoro a turni, i ritmi intensi delle corsie d’ospedale, il tipo particolare di relazione che si instaura con le persone sono solo alcune delle caratteristiche che rendono questa professione particolarmente vulnerabile nei confronti di tale problematica.
Se da un lato stare accanto ai pazienti è gratificante, perché offre la possibilità di esprimere diversi sentimenti - dei quali quello altruistico è soltanto il più scontato - dall’altro è anche molto faticoso: il confronto continuo con la sofferenza può diventare insostenibile, in quanto comporta un forte impegno anche sul piano emotivo, che rischia di esaurirsi nel tempo.
Occuparsi della sofferenza degli altri in contesti organizzativi via via più complessi, che implicano richieste di assistenza sempre maggiori senza dare la possibilità di elaborare le situazioni, diventa ancora più dispendioso e può indurre gli operatori sanitari a innalzare delle vere e proprie barriere difensive tra loro e il paziente. Come conclusione “si spegne ogni passione”.
La letteratura scientifica sull’evoluzione del burnout sostiene l’ipotesi che esso sia sostanzialmente un fenomeno sperimentato soprattutto nella fase di socializzazione lavorativa. Diversi studi hanno infatti riscontrato che sono i dipendenti con minore esperienza ad ottenere livelli più alti di burnout e che il rischio di incorrere in tale sindrome è più elevato all’inizio della carriera lavorativa (Maslach, Schaufeli E Leiter, 2001).
L’inserimento nella vita lavorativa appare quindi un momento critico, caratterizzato da un processo di acquisizione e di elaborazione attiva di conoscenze e di competenze che permettono all’individuo di affrontare i compiti e le richieste lavorative. Inoltre sostengono che maturando, i professionisti sviluppano i migliori capacità di adattamento e aspettative più realistiche riguardo agli obiettivi del proprio lavoro.
Altre indagini, invece, ritengono che il burnout sia mutevole (Savicki e Cooley, 1994). Esso si manifesta pienamente soprattutto dopo diversi anni di lavoro: chi ne raggiunge alti livelli è più di frequente un infermiere che ha già tanti anni di esperienza alle spalle.
Il burnout può assumere dimensioni rilevanti e cercare di prevenirlo o eventualmente attenuarlo rappresenta un obiettivo fondamentale per ogni organizzazione che desideri tutelare la salute dei propri dipendenti e garantire la qualità delle loro prestazioni.
Oggi i pazienti sono molto più critici che in passato e necessitano di un’assistenza più specializzata e competente. L’invecchiamento della popolazione e le varie riorganizzazioni del sistema sanitario hanno reso i carichi di lavoro sempre più pesanti e le precarie e stressanti condizioni di lavoro incidono sulla capacità degli infermieri di erogare un’assistenza di qualità.
Il turn over del personale non è più garantito, come in alcuni casi anche le sostituzioni del personale in maternità. Nessuna norma riconosce la nostra professione come lavoro usurante. Eppure garantiamo l’assistenza nelle 24 ore con turni massacranti e in situazione di disagio estremo.
Molti di noi abbandonano la professione perché gravati da difficoltà fisiche, eppure nessuna tutela. Coinvolgimento emotivo e depressione per la vicinanza a situazioni umane estreme, patologie a carico del rachide per la movimentazione dei carichi, disturbi del sonno-veglia per il lavoro notturno, turni bizzarri, disturbi metabolici e rischi chimici e biologici.
Oggi l’infermiere in molti casi si trova nella situazione di erogare salute ai cittadini a scapito della propria salute
disturbi di tipo psicologico e fisiologico, che sono correlati a livelli elevati di stress, sono oggi uno dei principali problemi sociali e sanitari; gli esperti in materia ritengono che il 50-80% di tutte le malattie manifestate dai lavoratori, sia strettamente collegato allo stress.
Nell’Unione europea i problemi di stress legati al lavoro sono il 28% delle patologie con il 50-60% di perdita di giornate lavorative e un costo finanziario di 20 miliardi di euro.
Ipotizzare di raggiungere l’età pensionabile senza danni fisici risulta oggi impensabile per la maggior parte degli infermieri; allora, quando riusciremo a far riconoscere la nostra professione come usurante?

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